Intervista a Khaoussou Diassigui, vicepresidente di Niofar

a cura di Manfredi Matteo Cammarata

Palermo, 2 luglio 2018

 

Khaoussou è un ragazzo senegalese, studente diligente e alacre lavoratore. Coronano il suo ritratto il limpido sorriso e la voce gentile, che rimangono impressi nella mente di chiunque l’abbia conosciuto. Conservando la flemma esprime le sue idee, che sono rigorose e insieme ardenti. Un anno fa, attraverso un progetto di volontariato dell’associazione Exodos, lo affiancai nella preparazione per gli esami di idoneità. L’effetto conseguito fu la sua ammissione a scuola, quello collaterale, come sempre, l’amicizia. Nonostante gli oneri lavorativi per mantenere gli studi, insieme ad altri ragazzi desiderosi di contraccambiare e condividere il dono dell’ospitalità, ha contribuito a fondare l’Associazione dei Giovani Senegalesi Niofar. Ci siamo incontrati per parlarne al Moltivolti, e la nostra conversazione è diventata questa intervista.

 

Cos’è Niofar e cosa significa?

Nio far, in lingua wolof, vuol dire “stare insieme”. È un’associazione di giovani senegalesi nata qui, a Palermo, nel 2017, in una struttura che si chiama Asante Onlus, riconosciuta anche come “Casa Marconi”, in via Monfenera. Tutto è cominciato lì per iniziativa di una decina di ragazzi senegalesi, tutti neomaggiorenni (dai diciotto ai vent’anni). L’obiettivo è unire, stare insieme, come lascia intendere il nome. È un’associazione interculturale, e anche laica.

 

L’associazione è formata soltanto da senegalesi?

Attualmente siamo soltanto ragazzi senegalesi, perché vogliamo avere un’ardente base nazionale. Ma è soltanto un punto di partenza. L’associazione si aprirà anche ad altri giovani africani. Se vogliamo essere interculturali, dobbiamo coinvolgere anche persone di altri paesi. Stiamo cercando di metterci d’accordo con loro. Abbiamo bisogno del supporto di nuovi volontari. Abbiamo bisogno del loro aiuto per concretizzare i nostri obiettivi.

 

E le ragazze?

Per ora non ci sono ragazze, perché a Palermo non ci sono molte giovani senegalesi. Quelle che ci sono non le conosciamo ancora. Anzi, approfitto di questa intervista per mandare un messaggio: se hanno già sentito parlare di Niofar, possono avvicinarsi, noi siamo aperti, le stiamo aspettando. Sarà un piacere coinvolgerle nell’associazione.

 

Qual è il vostro rapporto con la comunità senegalese di Palermo e, in particolare, con l’associazione ASSO (Associazione Senegalese Sicilia Occidentale) che esiste già da molti anni?

Direi che uno dei motivi che ci ha spinto a creare questa nuova associazione è proprio questo: a Palermo esisteva già l’associazione che noi chiamiamo ‘dei grandi’, perché sono tutti adulti con certi punti di vista diversi dai nostri. Direi anche che adesso siamo in grado di autodeterminarci, di non dipendere da loro, che pure hanno già tanta esperienza della città.

 

Negli ultimi anni, la comunità senegalese nazionale ha subito gravi ingiustizie. Mi riferisco certamente a due tragici eventi occorsi a Firenze: l’uccisione di Samb Madou e Diop Mar (13 dicembre 2011) e quella di Idy Diene (5 marzo 2018). Entrambe hanno suscitato grandi proteste e preoccupazione. Lo scorso marzo, proprio qui al Moltivolti, il presidente dell’ASSO  Fally Ndong, aveva indetto una riunione. Cosa ne pensi del problema della protezione dei Senegalesi in Italia e, in particolare, a Palermo?

Noi ci troviamo bene a Palermo, siamo integrati. Direi soltanto una cosa che ogni tanto ripetiamo: qua ci troviamo bene, è vero, ma siamo anche preoccupati. In questa città ci sono brave persone, ma nella società non possiamo essere tutti bravi… forse ci sono alcuni che ce l’hanno con noi, ma noi non ce l’abbiamo con nessuno.

 

Parliamo del Senegal. Un paese dove c’è tanta povertà, ma senza guerre, eccetto alcuni conflitti interni. Cosa vuol dire per un giovane senegalese ricostruire una comunità lontano dal suo paese?

Il motivo più importante che ci ha spinto a creare questa nuova comunità, che non a caso abbiamo chiamato Niofar, è stato proprio il bisogno di ritrovarci uniti. L’unione fa la forza. Per ritrovarci in un paese diverso dal nostro, è necessario costruire un rapporto non solo tra noi ma anche rivolto verso tutta la società.

 

Il Gambia è un enclave anglofona all’interno del Senegal francofono. Nel corso del tempo, ci sono stati diversi tentativi di unire i due paesi nel Senegambia, nonostante le barriere linguistiche e non solo. Inoltre, all’inizio del processo di decolonizzazione, il Senegal era confederato con il Mali. Qual è il vostro rapporto con i gambiani e i maliani? Queste differenze che appartengono al passato, alla Storia, oggi potrebbero influire sulla costruzione di questa nuova comunità?

Partirò dal punto di vista storico. Noi ci sentiamo uniti, perché abbiamo la stessa nazionalità, abbiamo alle spalle la stessa Storia. Ma con i gambiani e i maliani non c’è alcuna differenza. Siamo tutti uguali, lo ripetiamo sempre. Non c’è differenza fra di noi, siamo tutti gli stessi.

 

Il popolo del Senegal è stato a lungo oppresso dal colonialismo. Per tanti secoli, essendo affacciato sulla costa atlantica, è stato centro della tratta degli schiavi. Dichiarò la propria indipendenza nel 1960, e il primo presidente fu Léopold Sédar Senghor, politico democratico ma anche poeta, fautore del movimento artistico e letterario della négritude. Egli era profondamente convinto che il rapporto tra politica e cultura fosse necessario al progresso di una società. Niofar si rispecchia in questa visione?

Sì. Niofar si ritrova in questa visione, che sente col cuore. Le nostre attività, visto che siamo neonati come associazione, ancora non sono tante. Stiamo per cominciare con un corso estivo di lingua wolof, rivolto a tutti quelli che sono interessati.

 

Perché un italiano dovrebbe imparare il wolof?

Secondo me è molto importante, se parliamo dell’interculturalità. Se io mi integro verso di te, è bene anche il contrario. Se ti ritrovi nel mio paese, sarai già ben preparato. Almeno saprai come salutare, come comportarti davanti alla gente! [ridiamo] Siamo molto contenti di fare questo corso, perché gli italiani ci hanno dato già la possibilità di imparare la loro lingua e di integrarci. Noi stiamo cercando di ricambiare l’opportunità a chi vuole approfittarne.

 

I diversi gruppi etnici del Senegal Wolof, Fulani, Sérèr, convivono abbastanza pacificamente. C’è una parola in lingua wolof ‘teranga’, che vuol dire ospitalità. Cosa significa per te?

Per me è una parola fondamentale perché riguarda il Senegal. Il Senegal, e anche la sua nazionale di calcio, è chiamato “l’unione della teranga” o “i leoni della “teranga”, cioè dell’ospitalità, che è la chiave di tutto, l’arte di stare insieme. Non ci sono parole per descriverla. In Senegal, momentaneamente non ci sono più i conflitti che ci sono stati in passato. Viviamo tutti insieme pacificamente. Il Senegal è tra i paesi africani uno dei più democratici. Diciamo che pratica la democrazia al cento per cento. Anche se ci sono problemi politici. Abbiamo punti di vista diversi quando si parla di politica. Personalmente, mi sento dentro un sindacalista! Sono spesso contrario ad alcune scelte politiche, ma viviamo bene.

 

La prossima è una domanda diretta, molto difficile, quindi capirò se non vorrai rispondere. Cosa spinge un giovane senegalese a lasciare il suo paese?

È una delle domande a cui non ho mai risposto. In generale … dicevi che il Senegal è uno dei paesi più poveri. Anche se spesso i politici cercano di nascondere che è un paese povero, il Senegal lo è. Le sue risorse sono sfruttate.

 

Tanti stranieri dicono che un giorno, dopo che avranno conseguito un titolo di studio e imparato un mestiere, dopo che i conflitti, laddove imperversano, saranno cessati, torneranno nel loro paese per dare il proprio contributo, senza, tuttavia, dimenticare i legami con i paesi che li hanno ospitati. Condividi questa visione del futuro? La migrazione può essere una risorsa per rafforzare la solidarietà internazionale?

Sì, la condivido pienamente. Un patriota deve dare un contributo alla sua società in quanto cittadino. È una delle mie idee, è uno dei miei sogni. Personalmente voglio dare un contributo al mio paese. L’immigrazione tra dieci, quindici anni influirà sulle cooperazioni bilaterali tra i paesi. Essendo immigrato in Italia, qui a Palermo, porterò quest’esperienza sempre con me. Ad esempio, quando ritornerò nel mio paese non ti dimenticherò mai, perché sei stato uno delle persone che mi ha imparato l’italiano.

 

Si dice ‘insegnato’! Forse non sono stato tanto bravo. Facciamo così: è giunto il momento che tu ‘mi impari’ il wolof.

 

La conversazione finisce tra le nostra risa, ma continuerà. Parafrasando Gianni Rodari, il mondo sarebbe bellissimo se dovessimo correggere l’un l’altro soltanto i più piccoli e innocui errori di grammatica delle nostre lingue.